Analisi di Very 'eavy ...
Very 'umble ...
 
 
 
 
Shock Relics era una rubrica di Metal Shock che trattava di vecchi vinili dimenticati dal tempo ma degni di attenzione ancora dopo lunghi anni.
Era una rubrica particolarmente interessante che permetteva al metallaro neofita di conoscere dischi che negli anni 70 avevano conosciuto il successo e che il tempo aveva confinato nel “dimenticatoio”.

Autore dell’articolo era Giancarlo Trombetti capo redattore della rivista e poi, in seguito, nello staff di Videomusic.
Dotato di una penna tagliente e caustica si distinse spesso tra i giornalisti musicali per la sua schiettezza e per le sue idee spesso controcorrente. Assolutamente da rimarcare la sua stima per gli artisti coraggiosi ed, in particolare, per Frank Zappa.


L’ articolo è un’analisi di Very ‘eavy very ‘umble tratta da Metal Shock numero 11 del novembre 1987.

Tiziano Olivares

Non so, sinceramente, se gli Uriah Heep mi siano rimasti saldamente nel cuore perché furono uno dei primi concerti visti nella mia vita, oppure perché impiegai un bel po’ di mesi prima di capire quale fosse l’esatta pronuncia del loro nome, oppure ancora perché riuscii – non so come- a scoprirli ed amarli contemporaneamente ai tre Capi Storici del terrorismo rocchettaro ruggente di quell’inizio del 1970, i Sabs, gli Zep ed i Purples. Probabilmente il mio gusto di “americano nato in italia” , un po’ alla Sordi di “Un americano a Roma” era già anche fin troppo sviluppato; gli Uriah Heep, infatti, vennero amati molto in America e nel resto d’Europa, mentre incontrarono sempre enormi difficoltà nella madrepatria Inghilterra anche quando riuscirono a partorire veri piccoli capolavori di Rock mitologico-fantastico quali The magician’s Birthday o Demons and wizards. Gli Heep di Box, Hensley e Byron, pur senza rinnegare mai evidenti influenze dai classici britannici, seppero sviluppare un sound ad una matrice che, almeno per un certo periodo, avrebbe legittimato loro attestati ben più ampi e di ben altro peso.
Ma, ironia della sorte, gli elogi più marcati verso il quintetto vennero decisamente più tardi, magari proprio quando la band avrebbe necessitato al contrario di qualche recensione pungente, stimolante; non che si voglia, in questa sede, affermare che gli strali della critica avrebbero impedito la caduta verticale della tarda produzione degli Heep, certo che, forse, i reduci della gloriosa formazione non si sarebbero pasciuti dei sorrisi elargiti in occasione di “mezze prove” del calibro di Firefly, Abominog o Head first, veri bruscolini, se confrontati con perle quali l’intera produzione fino al 1973 o a qualche raro stralcio qua e là negli episodi successivi. So bene che se avessi dovuto dar retta al più onesto senso critico ed alle pressanti preoccupazioni nei confronti del lettore avrei dovuto presentare i due capolavori gemelli dell’annata ’72, la “bilogia” dell’arcano e dal fantastico, i già citati Magician e Demons, ma se –di tanto in tanto- non si esegue il proprio istinto egoista, questo mestiere diventerebbe in breve abbastanza monotono, non condividete? Eccoci quindi di fronte all’esordio della band, datato “early 1970” e passato alla storia per essere stato corredato da una delle più azzeccate copertine orrorifiche che la storia dell’hard ricordi insieme a quella del contemporaneo episodio dei Black Sabbath. E’ quindi un essere polveroso e coperto di ragnatele che ci introduce in un mondo sonoro dove il più classico Hard Rock regna sovrano, guidato dai contrasti generati dalle tastiere di Ken Hensley (ancora oggi ricordato come uno dei keyboard-men più equilibrati e valorosi) e dalla chitarra wha-wha di Box, vero prototipo del solista Rock in stile seventies, sempre pronto ad accompagnare con riff solidi fino all’immancabile straboccante solo, rigorosamente giocato sulla pedaliera…bei tempi!
Anni in cui ci si permetteva ancora di giocare sul sentimento e sulla melodia (la bellissima cover Come away Melinda o la dolce Wake up) senza temere di essere definiti winpies, coglioni…
Per gli amanti del Rock sanguigno ed immediato, c’erano i pugni allo stomaco di Real turned on, Dreammare o di Walking in your shadow… E se non mi sentissi in dovere di avvertirvi di avvicinarvi a questa antica reliquia con consapevolezza e senso critico rivolto all’ epoca – ben diciassette anni fa! (ormai 34!) –mi piacerebbe proprio sentirvi cantare in coro: “I was only seventeen when i fell in love with a gypsy queen…”, dall’indimenticata overture di Gypsy, non fosse altro per omaggio al povero Byron, scomparso un paio d’anni orsono…