Non so, sinceramente,
se gli Uriah Heep mi siano rimasti saldamente nel cuore perché
furono uno dei primi concerti visti nella mia vita, oppure perché
impiegai un bel po’ di mesi prima di capire quale fosse
l’esatta pronuncia del loro nome, oppure ancora perché
riuscii – non so come- a scoprirli ed amarli contemporaneamente
ai tre Capi Storici del terrorismo rocchettaro ruggente di quell’inizio
del 1970, i Sabs, gli Zep ed i Purples. Probabilmente il mio gusto
di “americano nato in italia” , un po’ alla
Sordi di “Un americano a Roma” era già anche
fin troppo sviluppato; gli Uriah Heep, infatti, vennero amati
molto in America e nel resto d’Europa, mentre incontrarono
sempre enormi difficoltà nella madrepatria Inghilterra
anche quando riuscirono a partorire veri piccoli capolavori di
Rock mitologico-fantastico quali The magician’s Birthday
o Demons and wizards. Gli Heep di Box, Hensley e Byron, pur senza
rinnegare mai evidenti influenze dai classici britannici, seppero
sviluppare un sound ad una matrice che, almeno per un certo periodo,
avrebbe legittimato loro attestati ben più ampi e di ben
altro peso.
Ma, ironia della sorte, gli elogi più marcati verso il
quintetto vennero decisamente più tardi, magari proprio
quando la band avrebbe necessitato al contrario di qualche recensione
pungente, stimolante; non che si voglia, in questa sede, affermare
che gli strali della critica avrebbero impedito la caduta verticale
della tarda produzione degli Heep, certo che, forse, i reduci
della gloriosa formazione non si sarebbero pasciuti dei sorrisi
elargiti in occasione di “mezze prove” del calibro
di Firefly, Abominog o Head first, veri bruscolini, se confrontati
con perle quali l’intera produzione fino al 1973 o a qualche
raro stralcio qua e là negli episodi successivi. So bene
che se avessi dovuto dar retta al più onesto senso critico
ed alle pressanti preoccupazioni nei confronti del lettore avrei
dovuto presentare i due capolavori gemelli dell’annata ’72,
la “bilogia” dell’arcano e dal fantastico, i
già citati Magician e Demons, ma se –di tanto in
tanto- non si esegue il proprio istinto egoista, questo mestiere
diventerebbe in breve abbastanza monotono, non condividete? Eccoci
quindi di fronte all’esordio della band, datato “early
1970” e passato alla storia per essere stato corredato da
una delle più azzeccate copertine orrorifiche che la storia
dell’hard ricordi insieme a quella del contemporaneo episodio
dei Black Sabbath. E’ quindi un essere polveroso e coperto
di ragnatele che ci introduce in un mondo sonoro dove il più
classico Hard Rock regna sovrano, guidato dai contrasti generati
dalle tastiere di Ken Hensley (ancora oggi ricordato come uno
dei keyboard-men più equilibrati e valorosi) e dalla chitarra
wha-wha di Box, vero prototipo del solista Rock in stile seventies,
sempre pronto ad accompagnare con riff solidi fino all’immancabile
straboccante solo, rigorosamente giocato sulla pedaliera…bei
tempi!
Anni in cui ci si permetteva ancora di giocare sul sentimento
e sulla melodia (la bellissima cover Come away Melinda o la dolce
Wake up) senza temere di essere definiti winpies, coglioni…
Per gli amanti del Rock sanguigno ed immediato, c’erano
i pugni allo stomaco di Real turned on, Dreammare o di Walking
in your shadow… E se non mi sentissi in dovere di avvertirvi
di avvicinarvi a questa antica reliquia con consapevolezza e senso
critico rivolto all’ epoca – ben diciassette anni
fa! (ormai 34!) –mi piacerebbe proprio sentirvi cantare
in coro: “I was only seventeen when i fell in love with
a gypsy queen…”, dall’indimenticata overture
di Gypsy, non fosse altro per omaggio al povero Byron, scomparso
un paio d’anni orsono…
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