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Recensione
di Sting in the tale della John
Lawton Band tratta da Classix! N. 3 giugno 2004
Autore Gianni Della Cioppa
John
Lawton
è il cantante che ha avuto l’onere e l’onore di sostituire
David Byron
negli Uriah Heep.
Gli sono bastati tre dischi, consumati in quattro anni di convivenza,
per diventare una leggenda da culto per gli innamorati della band di Mick
Box. Il resto; qualche passaggio da solista del tutto trascurabile
e un buon ritorno nei Lucifer’s Friend,
la band che lo aveva lanciato; è materiale solo per chi ama approfondire
i sentieri del rock duro. Sorprende quindi ritrovarlo in forma, non tanto
localmente, perché da questo punto di vista è sempre stato
una garanzia, ma a livello scrittura dei brani. SITT
(con una copertina che definire brutta è un complimento), infatti
non è un album di routine, suona fresco e vitale, con gli heeps
ovviamente nel pennino, ma non credo che questo sia il problema. I quattro
musicisti che accompagnano John, offrono un notevole contributo anche
in fase di scrittura e credo che questa sia la vera carta vincente con
l’hard rock che si specchia nel passato senza esserne vittima. Il
bassista Steve Dunning si accolla la responsabilità
dell’iniziale Take you high, firing
love, king con dal riff vagamente
southern e Slamming dowit down e, credetemi, il risultato è notevole,
pura magia targata Uriah Heep. Stesse coordinate
quando tocca al chitarrista Erol Sora, che
risponde con written on the wall e angels
they cry. E John Lawton vi chiederete?
Nessuna paura, il cantante splende di luce propria tra i solchi di I’llbe
here una ballata stupenda che sembra estratta da Firefly,
con quei tagli di doppia voce, tipici del suo stile, Tracks
of Tima, Reach out e Lately,
che hanno girotondi di armonie che si aprono su accordi radiosi, che non
ci si stanca mai di ascoltare. In tema di hard rock è uno dei picchi
del momento.
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