Recensione del
Live in Moscow
a cura di Beppe Riva
 
 
 

Recensione del Live in Moscow tratta da Metal shock n. 38 gennaio 1989.
Autore Beppe Riva.

Voto 4/5

Sotto l’egida dell’eterno Mick Box, uno dei “brutti” più simpatici del rock, il quintetto si è ricostituito con la già collaudata sezione ritmica Lee Kerslake-Trevor Bolder, inoculando nuova linfa tramite il vocalist Bernie Shaw ed il tastierista Phil Lanzon, che in epoca NWOBHM militavano insieme nei Grand Prix. Nel dicembre 1987 gli Uriah Heep sono stati il primo gruppo rock occidentale ad esibirsi in Unione Sovietica, ricevendo un’accoglienza da superstars: i dieci shows tenuti allo stadio olimpico di Mosca hanno totalizzato l’incredibile riscontro di 180.000 spettatori, a testimonianza dell’”appetito” di solido rock da parte dei giovani russi, ed il gruppo ha immortalato l’avvenimento in questo live album che è anche il primo della rinnovata line-up. Mick Box ed i suoi bravi passano in rassegna alcuni reperti di storia dell’hard come la reliquia da Salisbury (Bird of prey), efficacemente attualizzata dalle tastiere di Lanzon e easy livin’, uno dei momenti più speed dei primi ’70. altri classici della Byron/Hensley-era sono la fiabesca The wizard, che vi metterà in sintonia con uno dei più emozionanti films di fantasy degli ultimi tempi (the willow) –(ndT- mi sfugge proprio cosa sia!) e July morning, la ballata che il compianto Dave Byron rese leggendaria e che Bernie Shaw merita di interpretare. Qualche riserva è da esporre non tanto sulla registrazione, corposa ma non strabiliante, quanto sui tre inediti , dove il binomio Lanzon/Shaw fa la parte del leone, ma con ruggiti un po’ asfittici, ad eccezione di Pacific Highway.

NdT L’album raccolse la migliore media voto del giornale totalizzando il 7,1.

 
     
 
Grazie a Tiziano Olivares per questo documento