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Conquest
esce nel 1980, ma subito per la critica ed il pubblico ha un enorme
e lampante difetto già visibile dalla copertina; in alto al centro
capeggia infatti un nome: Uriah Heep.
Da alcuni anni il gruppo non era più nell’olimpo delle
rockstar, wonderworld del 1975 arrivò
appena 60° in Gran Bretagna, le cose erano andate meglio con Return
to fantasy, ma l’avvicendamento alla voce tra Byron
e Lawton , l’avvento del Punk e della
Disco portarono il gruppo verso lidi più melodici che ottennero
successi solo parziali in paesi ai confini del grande mercato discografico
(p.e. Sud Africa), ma che disattesero le aspettative dei fans di vecchia
data.
Di conseguenza anche all’interno del gruppo le tensioni aumentarono
a dismisura tanto che Lawton e Kerslake
dopo un travagliato periodo in studio che portò alla scrittura
di un album (Five Miles) mai pubblicato
decidono di abbandonare.
Gli Heep cercano di aggiustare il tiro convocando il batterista Chris
Slade (portatore del nuovo stile per l’epoca del “staccato
Drums”) e il cantante John Sloman
(ex Lone Star) abbandonando gli arrangiamenti pop degli anni precedenti
affidandosi nuovamente ad una produzione più hard .
Nulla però va per il verso giusto. La critica non accetta il
nuovo corso, il pubblico nicchia e diserta la date del lungo tour che
dovrebbe saldare la nuova line-up e che, invece, si sfalda. Hensley
lascia e la band dopo alcuni mesi, tristemente, si scioglie.
Forse i fan esasperati dall’ammorbidirsi del suond si aspettavano
un album più tagliente, un ritorno al passato, forse un cantante
“alla Plant” non era considerato l’ideale per il gruppo,
forse…
Forse…
Forse se questo disco fosse stato l’unica prova di una band della
nascente NWOBHM si parlerebbe di capolavoro, di gemma dimenticata, di
gruppo sfortunato…
Se Out in the street fosse apparsa
in Canterbury dei Diamond Head (1984) nessuno avrebbe avuto niente da
dire. Un lento arpeggio accompagna la voce di Sloman
calda e melodica che ci delizia verso la fine della canzone con una
serie di “gorgheggi” di grande effetto e di grande tecnica
eseguiti con una modestia senza pari.
Ma anche l’opener No return
riserva delle sorprese risultando una delle composizioni più
atipiche mai pubblicate dagli Heep.
Spesso si paragona Sloman a Plant o a Hughes,
ma se si ascolta il brano senza paraorecchie secondo il mio modesto
parere non si può non notare una certa somiglianza di stile sia
nella musica che nel cantato con il grande e magnifico Billy Joel che,
nella seconda metà degli anni settanta, spopolava nelle classifiche
con album meravigliosi quali The Stranger e 52nd street.
Mi rendo conto che sia un paragone assolutamente inedito, ma non è
impossibile che Hensley da buon pianista,
si sia fatto influenzare inconsciamente dal suo collega newyorkese!
Imagination inserita come seconda
canzone del platter ricorda in tutto e per tutto una out-take da Innocent
Victim con il suo ritmo lento ed ipnotico e le linee vocali che
ricordano da vicino lo stile di Lawton.
Una canzone discreta e niente più.
Con il pezzo seguente Imagination invece gli heep riescono a coniugare
al meglio la semplicità, la melodia e il commerciale creando
una canzone piuttosto intrigante che si ricorda immediatamente, con
un gran “tiro”, ma che non scade nell’ovvietà
come alcune composizioni dell’album immediatamente precedente
Fallen Angel.
Per la prima volta con Fools appare
Bolder come autore della canzone. Sarà
solo l’inizio di numerose collaborazioni come compositore che
il bassista regalerà agli Heep e che gli permetteranno di diventare
uno dei principali e migliori autori degli Uriah insieme ad Hensley.
Molto spesso le canzoni di Bolder avranno un certo mood malinconico
ed anche Fools non fa eccezione con il suo incedere triste e riflessivo,
ma con un ottimo ritornello.
Anche Box ci dona un po’ della sua
arte regalandoci un assolo che tutti i chitarristi principianti (e pure
gli altri!) dovrebbero ascoltare per capire cosa vuol dire riuscire
ad essere un chitarrista efficace, semplice e melodico e come inserire
in pochi secondi svariate tecniche come il il vibrato, la leva, il terzinato
e l’hammering.
Con Carry On ritorna invece il
tipico rock’n roll in stile Hensley.
Niente di nuovo sotto il sole, ma il pezzo è carino senza risultare
troppo ovvio o stucchevole.
Molto atipica per gli standard del gruppo è anche Won’t
have to wait too long con Bolder
che applica la tecnica dello slapping e dona alla composizione vaghe
reminescenze funky ma che nella sua totalità è un pezzo
che mischia gli stili compositivi di Hensley,
Bolder e Box
e sembra quasi creata in studio da una Jam.
Dopo la ottima Out in The Street
già descritta si chiude il tutto con l’altro capolavoro
di Conquest It’ain’t
easy altra perla uscita dalla penna di Bolder.
Anche in questo caso la composizione è lenta, ma l’arrangiamento
e la linea melodica sono talmente vincenti da ammettere che secondo
il sottoscritto che la canzone sarebbe degna di entrare in ogni greatest
hits o di scaletta di concerto del gruppo. Davvero uno dei pezzi più
sottovalutati degli Heep con le sue grandi e tristi tastiere di Hensley
ed il cantanto di Bolder magico e toccante
(nonostante ci siano delle leggende legate al cantante della canzone
in questione che, se vuoi conoscere devi cliccare qui).
Un altro fatto
che mi piace sottolineare di Conquest è
l’ottima produzione ed il suono brillante che fuoriesce dal disco
nonostante siano passati circa 25 anni dalla pubblicazione.
Il suono del cd di Conquest non rimasterizzato
supera di gran lunga in qualità molte altre ristampe anche rimasterizzate
degli heep degli anni successivi.
Forse il problema fu proprio il lento eclissarsi della stella degli
Heep che non permise più al gruppo grandi produzioni, ma è
molto strano comunque che produzioni di quasi 10 anni dopo (Different
Worlds per esempio) non riescano neanche ad avvicinarsi a questo
tipo di suono.
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