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Tratto
da Metal Shock n. 42 del 1989. Gianni
della Cioppa ci parla di Take no Prisoners
di David Byron.
Oggi si parla tanto di massificazione dei chitarristi, ma se permettete,
estenderei il problema anche ai cantanti. A seconda del genere ci troviamo
di fronte a schiere di Vince Neil, Geoff Tate o James Hatfield , si
contano davvero sulle dita della mano i vocalists che meritano di essere
definiti “personali”. Una volta non era assolutamente così,
negli anni settanta il frontman, non solo era colui che calamitava l’immaginazione
del pubblico, ma era anche un marchio, un segno di distinzione per il
gruppo. E se qualche volta c’è stato un cambio, è
sempre stata la band a modificare il proprio sound (esempi classici
sono i Deep Purple con l’ingresso di Coverdale al posto di Gillan
o i Black Sabbath che con l’abbandono di ozzy, passarono ad un
HM più moderno grazie alla voce di Ronnie James Dio).
Questo concetto del vocalist come “marchio di fabbrica”
viene completamente confermato da David Byron,
grande interprete del primo e sicuramente migliore periodo degli Uriah
Heep. Sin dagli esordi di Very ‘heavy very ‘umble
Byron dimostrò di avere tutte le carte in regola per entrare
nella storia dei vocalist hard rock, e le confermano alcune sue stupende
interpretazioni in classici come the wizard,
bird of prey, july
morning, capaci ancora oggi di procurarmi brividi (e non
penso di essere l’unico). A cavallo tra due capolavori come wonderworld
e return to fantasy, David
Byron trovò il tempo di debuttare come solista. Il 1975
era cominciato da pochi mesi e Take no
prisoners riuscì a convincere tutti che non si
trattava di un capriccio, ma di un grande disco con brani che non avrebbero
affatto sfigurato in un album degli Uriah Heep. Ecco, se proprio vogliamo
trovare un difetto a questo vinile possiamo dire che non offre certo
varie chiavi di lettura, ma che si attiene al classico stile degli Heep.
E come poteva essere altrimenti se ad accompagnarlo ci sono i colleghi
Lee Kerlsake, Mick
Box e il tastierista Lou Stonebridge
ha un suono così simile a Ken Hensley da far credere che sia
proprio lui sotto false spoglie? Chiude la formazione Danny
Ball al basso. Sin dalle prime note di chitarra di Man
full of yesterdays, ci troviamo immersi nel magico sound
degli Uriah Heep, e quando David intona il ritornello è qualcosa
veramente impossibile da descrivere.
Sweet r’n’r e steaming
alond sono due buone canzoni, ma con Silver
white man torniamo a livelli d’eccellenza , confermati
con love song, una ballata interpretata
con molto sentimento dal cantante.
L’intera seconda facciata è ad ottimi livelli con le atmosfere
rarefatte di midnight flyer ed
il rock’n roll di saturday night
in primo piano. Dopo un brillante e convincente debutto solista, con
la sua band incide return to fantasy, un
capolavoro, a cui fa seguito high and mighty
(76) forse l’album più brutto del folletto Mick Box. Ma
ormai droghe ed alcool avevano minato salute e psiche di David, così
viene licenziato dai compagni, coi quali aveva diviso gioie e dolori
in otto anni di carriera.
Visibilmente ingrassato dà vita ai Rough
Diamond, coi quali incide un solo album, omonimo, per la island
nel 1977. un prodotto un po’ alterno, con in formazione ex componenti
dei Colosseum. Poi scompare dalle scene fino al 1981, e con la David
Byron Band cerca fortuna con on the rocks,
ma ormai la vena dei tempi migliori è andata, e così si
aggiunge un’altra delusione. E’ forse anche questo duro
colpo a farlo cadere in una crisi profonda, dalla quale non si è
mai ripreso, visto che nel 1985 è stato trovato morto nel suo
appartamento, il 28 febbraio, a soli 38 anni. Inutile cercare i motivi
o usare retorica, una cosa è certa, nonostante un declino evidente,
il vocalist non seppe rassegnarsi e continuò a vivere con un
tenore che ormai, sia economicamente che fisicamente, non gli era più
possibile sostenere. Il rock, da Elvis in poi, ha pagato il suo tributo,
non sono certo il tipo che li chiamerà mai eroi, ma posso dirvi
che vorrei ricordare David Byron non come un’altra vittima, ma
come un grande cantante.
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