Recensione dell'album
Demons and Wizards
 
 
 

Articolo tratto da Metal Shock n.234 marzo ’97. Rubrica Shock Relics. Autore Giuseppe Cirillo.

“Demons & Wizards”

Pochi gruppi hanno per me espresso l’incanto, la magia della musica come i primi Uriah Heep: l’ispirazione delle loro melodie e dei celestiali cori che le accompagnavano rappresentano un apice inarrivabile anche per gruppi della stessa epoca (sorge spontaneo il paragone con i conterranei Deep Purple , certo più bravi tecnicamente ma meno abili nel songwriting: basti contare il numero di grandi canzoni scritte, che a mio avviso vede gli Uriah dei primi sei album vincere contro i Purple dell’intera produzione discografica!).
In questo, come del resto in altri loro splendidi lavori dell’epoca) è decisamente in evidenza la voce dell’eccezionale David Byron, una delle ugole più potenti e più espressive e delicate mai conosciute nella storia del rock; ma anche tutti gli altri strumentisti aggiungono ciascuno il proprio peculiare tocco, tanto che credo sarebbe impossibile sostituirli senza che le canzoni perdano, in parte, il loro intenso impatto emotivo. Si parte con the wizard, tre minuti di sogno incentrati su un semplice quanto geniale arpeggio di Mick Box; il cantato narra una storia fantastica, medievaleggiante, con un patos interpretativo senza pari. Poi via con l’hard Rock dirompente di Traveller in Time trascinante e ispirato con un crescendo corale meraviglioso all’altezza del break centrale; è il momento di un loro grande classico Easy Livin’ brano coinvolgente e divertente come pochi altri: credo che chiunque lo possa ascoltare 10 volte di seguito senza mai stufarsi.
Poets justice è forse il pezzo meno orecchiabile ma ad ascoltarlo due-tre volte se ne coglie appieno la struggente bellezza, sognante ed intimista; una delle mie preferite è il successivo slow circe of hands, con l’organo e la chitarra elettrica ad alternarsi nello scandire le fasi – l’una più lenta e cupa, l’altra più incalzante, quasi liberatoria – di una canzone indimenticabile per l’ispirazione e amore per la musica in quanto tale senza altri fini. Ma non c’è tempo per perdersi nel sogno: rainbow demon quasi ossessiva nel minaccioso riff d’organo, e la, in verità, non riuscitissima All my life, orecchiabile ma nulla più, preludono all’ennesimo, storico masterpiece: la suite paradise/the spell, tredici minuti di autentiche, incantevoli sublimità sonore, più dinamica e incentrata su un piano quasi “cabarettistico” al prima parte, lenta e quasi drammatica per intensità e malinconia la seconda, in cui Mick Box con un ispiratissimo assolo di chitarra conduce in volo il brano a ricongiungersi nuovamente con la prima parte. L’estasi del mio ascolto è nuovamente finita, e presto, ricomincerà: “quegli” uriah heep purtroppo sono finiti anche se gli ultimissimi Uriah sono nuovamente sulla strada giusta. Non dimenticateli Mai!

 

 
     
 
Grazie a Tiziano Olivares per questo documento