Recensioni dell'album
Raging Silence
 
 
 
Recensione di Raging Silence tratta da HM n. 72 data non precisata. Autore Mario Giugni.

Contrariamente ad un’opinione dura a morire, gli Uriah Heep, negli anni ’80, non sono stati affatto una pallida copia di quelli dei Seventies. Dischi come “abominog” e “head first” , anzi, hanno riportato Box e compagni a raggiungere nuovamente altissime vette e a scrivere dei capolavori in un ambito, quello dell’Aor più hard, forse diverso da quello dello scorso decennio ma sempre notevole.
Dopo “equator”, però, la band ha effettivamente attraversato un lungo periodo critico risolto poi, con l’ingresso di due nuovi elementi quali il tastierista Phil Lanzon e il vocalist Bernie Shaw entrambi Grand Prix e con la ben nota tournèe in terra sovietica. L’anno scorso, a concludere questo periodo travagliato è giunto pure il come back di “Live in Moscow”, un ottimo documento dal vivo contenente anche tre pezzi inediti, e oggi arriva questo “Raging Silence”, prima prova in studio di quella che ormai sembra essere divenuta la centoventesima incarnazione degli Uriah Heep.
La cover di “Hold your head up” degli Argent, una scelta sempre grande anche se forse non originale, apre il disco con straordinaria potenza, con equilibrio di chitarre, cori e tastiere assolutamente invidiabile e fa da detonatore ad un album esemplare dell’hard melodico più nerboruto e coi cosiddetti. Infatti già il successivo blood red roses, scritto dall’ex vocalist della band Pete Goalby, vede la band superarsi e raggiungere nuovamente le fantastiche atmosfere dirompenti
di abominog , con una magistrale vena tra il drammatico e il maestoso. Voice on my tv, bad bad man, cry for freedom (bellissima la parte iniziale) e rough justice mantengono perfette l’alto profilo dell’opera, le sonorità e I riffs dell’eterno Box sono un marchio da leggenda e i leggeri cali di tono della seconda facciata sono qualcosa di puramente marginale di fronte al dinamismo e all’energia che dominano tutto il lavoro. Da segnalare è anche la presenza delle covers di lifeline dei LeRoux e di when the war is over dei Cold Chifel e se Gary Thain e David Byron non fanno, purtroppo, più parte di questa terra, se Ken Hensley ha attraversato l’Atlantico e di John Lawton si sono perse le tracce, il nome della creatura nata dalla fantasia di Dickens, oggi, è ancora un simbolo di straordinaria vitalità e creatività. Sì, sugli Uriah Heep forse sono un po’ parziale, ma se lo meritano.

Recensione tratta da Flash n. 12 gennaio 1990. Numero della rivista dedicato ai migliori 100 album del 1989. Autore il grande Tiziano Bergonzi.

Raging Silence

Composizione: buono
Virtuosismo: ottimo
Originalità: eccezionale
Registrazione: ottimo
Copertina: eccezionale

Media voto della redazione: 7,3 (album del mese)

Il live in Moskow ci aveva detto che gli Uriah Heep non erano morti, ed a quattro anni di distanza dall’ultima prova discografica in studio, Equator ha finalmente un successore, si chiama raging silence. I vertici del periodo d’oro sembrano irraggiungibili per gli Heep attuali, nonostante ciò il materiale musicale offerto è sempre di prim’ordine a conferma che la classe come si suol dire non è acqua. Raging silence è un album che sprigiona rabbia, sofferenza, furore e in certi passaggi diventa estremamente appassionante. La voce di Bernie Shaw incarna perfettamente questo agglomerato di sensazioni, e lo incanala in un sound vibrante, certamente efficace. Per gli Uriah Heep, al contrario di tanti altri cadaveri eccellenti che si aggirano come zombie nel mercato discografico attuale, non è ancora giunto il momento di attaccare le chitarre al chiodo.

 
     
 
Grazie a Tiziano Olivares per questo documento