Recensione dell'album
Spellbinder
 
 
 

Recensione di Spellbinder Live tratta da Flash n. 90 luglio 1996
Autore Sergio Nanni. Voto 80/100.

Davvero uno strano dischetto dato che, se da un lato non si può discutere sulla qualità dei pezzi proposti, dall’altro non si capisce l’utilità di inserire per l’ennesima volta in un live della band (e questo è già il quinto!) brani ampiamente celebrati in precedenza come stealin’, easy livin’, wizard, look at yourself, gypsy, e altri ancora. Intendiamoci, qui c’è la storia dell’hard rock inglese; i brani sono energici, corposi, carichi e la band non sembra proprio dimostrare i ventisei anni di carriera.
Il suono è lucido e potente ma una scaletta basata su pezzi provenienti dall’ultimo periodo si sarebbe rivelata ben più interessante; ad esempio l’ottimo Sea of light viene ricordato con la sola Words in the distance. Grandissimo comunque l’inizio ad opera di Devil’s daughter anche se la successiva bad bad man non fa altro che confermare i miei dubbi riguardo la strana scelta dei brani. Rainbow demon mai pubblicata live prima d’ora ci riporta indietro con il tempo in un’estasi che con l’arrivo di circe of hands diventa una diretta ascesa nell’olimpo della misica. Gypsy ci regala un Mick Box scatenato ed un gustoso intermezzo d’organo. Le sempreverdi lady in black e easy livin’ chiudono splendidamente il lavoro lasciando però spazio ad una nuova song registrata in studio per il precedente lp e mai pubblicata.

 
     
 
Grazie a Tiziano Olivares per questo documento