Recensioni dell'album
A Time of revelation e
Sea of Light
 
 
 

Recensione di A time of revelation tratta da metal shock n.224 settembre 1996. Autore Gianni Della Cioppa.

Voto 5/5


Ci sono voluti ben venticinque anni per raggiungere lo status di band seminale per l’hard rock, ma alla fine gli Uriah Heep ce l’hanno fatta. Passati tre periodi d’oro ad altri di buio assoluto gli inglesi Uriah Heep si posizionano con merito sul quarto lato del quadrato dell’hard britannico, in compagnia di Black Sabbath, Led Zeppelin e Deep Purple; tutte bands capaci di distillare un suono originale, capaci di reggere al tempo ed ai tanti cambi di line-up. E’ giusto dire però che gli Heeps da ben 10 anni mantengono immutata la formazione, scorrazzando per i palchi di tutto il mondo e mantenendo alta la media discografica con degli album buoni, e su tutti ricorderei l’ultimo Sea of Light che ha preceduto il recente live Spellbinder. Questo cofanetto di ben quattro compact, stampato in diecimila copie a forma di libro, non è solo un tributo alla carriera con tantissimi brani rimasterizzati, ma una chicca che propone molti brani inediti, retri di singoli, versioni alternative e debutta con due brani degli Spice, la prima band di David Byron, estratti da un 45 giri del 1968.
La storia della band è scandagliata con attenzione e cura, nulla viene tralasciato dai fasti di gypsy e return to fantasy alle cult songs free me, ain’t easy fino ai giorni nostri con time of revelation, anche se mi chiedo come si è otuto lasciare fuori un capolavoro quale no return da Conquest del 1980.
Il cofanetto è accompagnato da un book incorporato, di ben sessanta pagine, colme di foto inedite che rivisitano, disco per disco, la storia del gruppo, con retroscena ed aneddoti. Sono riprodotti tutte le copertine dei dischi, anche nelle varie versioni (gb, usa, giappone…) se c’è differenza.
Ma le vere gemme canno cercate nei posters dei concerti, dai piccoli clubs degli esordi fino ai pienoni all’hammersmith Odeon di metà anni settanta. E’ chiaro che dietro operazioni del genere si cela un misto di autocelebrazione e business, ma nostalgia a parte, gli Uriah Heep meritano davvero di essere scoperti anche dal pubblico più giovane. Ai tanti fans consiglio di cuore questo cofanetto.
The legenda never die!

Recensione di Sea of Light tratta da metal Shock n.193 giugno 1995
Autore Gianni Della Cioppa.

Voto 4/5

Soffocati dalla marea di nuove uscite, dalle incontrollabili modi, vi giuro che è diventato un vero problema gustarsi un disco, assaporarlo, viverlo. Proprio come durante la mia adolescenza, dove si passava una serata a discutere di un assolo di Blackmore o sul passaggio di batteria di Ian Paice in una canzone dei Whitesnake. Ma quando ho comprato questo Sea of light, ultima fatica dei veterani Uriah Heep, uno dei miei grandi amori, non ho avuto mezze misure: ho staccato il telefono, ho baciato l’album (rigorosamente in vinile!), ho messo le cuffie ed il sogno è iniziato!
Quanta gioia, quanti ricordi, quanta vita dietro questi suoni volutamente old fashion, volutamente magici. Box,Kerslake,Bolder, Lanzon e Shaw, assieme ormai da nove anni, ci regalano un altro pezzo di hard britannico da lasciare ai posteri.
E’ incredibile l’entusiasmo e la passione che alimentano questi cinque “lords” inglesi, appesantiti e invecchiati, ma ancora capaci di scrivere bellissime canzoni di rock duro, nel loro stile.
Le nuove gemme si chiamano Against the odds, Sweet sugar, Time of revelation, Fear of Falling, Spirit of freedom, Love in silence, Dream on, per un totale di dodici brani, fasciati nella stupenda copertina di Roger Dean, il grafico degli Yes. Per chi adora la band Sea of Light è una tappa obbligata, per i trendisti/satanismi/industriali è merce da evitare. Il tempo dirà chi aveva ragione.

 

 
     
 
Grazie a Tiziano Olivares per questo documento