Introduzione
 
 
 
 

Il 1970 fu un anno musicalmente decisivo e segnò un momento di rottura rispetto i decenni precedenti.

Lo sviluppo musicale degli anni 60 seguì i dettami della moda imperante del “peace & love” e di molti artisti unici ed innovativi che lasciarono un segno indelebile nella cultura degli anni a venire.
I Beatels, Jimi Hendrix, the Doors e Janis Joplin furono tra gli idoli più affermati e rappresentativi della musica del decennio che voleva “liberare il corpo attraverso la mente” utilizzando melodia, sentimento e abitudini lisergiche.

Sarà forse un caso che, proprio nel 1970, gli artisti sopraccitati scompaiono a causa di dissidi interni (Beatels) o di tragiche circostanze.

Grazie però all’apporto di alcune band nei periodi immediatamente precedenti (King Crimson, Deep Purple, Led Zeppelin, High Tide…) si cominciarono a sviluppare alcune nuove concezioni musicali che permisero agli artisti di esprimersi su coordinate completamente nuove e di dare forma ai due movimenti musicali che dominarono il decennio: il progressive e l’ hard rock.

Entrambi i generi nacquero in Inghilterra e sfoderarono decine di artisti che si imposero nelle classifiche mondiali dove rimasero incontrastati fino l’avvento del punk e della disco sul finire del decennio.

I cambiamenti però furono epocabili ed indelebili.

L’abbandono della semplice canzone di 2-3 minuti per affrontare vere e proprie “composizioni” di 5-10 minuti rivoluzionò il modo di fruire la musica e portò l’avvento dei primi LP a lunga durata considerati non più una collezione di 45 giri, ma la vera espressione di un artista in un’opera più matura e completa.
I musicisti coinvolti inoltre mostravano una preparazione strumentale decisamente alta ( talvolta pure esasperata) che portò la consapevolezza agli ascoltatori di essere fruitori di un genere capace anche di accontentare la mente.

L’ondata di gruppi fu enorme ed inarrestabile e, soprattutto , fu qualitativamente straordinaria.
Gli anni settanta sono considerati tuttora l’epoca d’oro del rock grazie alla qualità elevata di tutto il vinile che invase il mercato discografico.
Centinaia di gruppi debuttarono nelle classifiche ed alcuni di essi diventarono veri e propri icone del progressive e dell’ hard rock di tutti i tempi.

Tra i rappresentanti di quest’ ultimo genere ricordiamo i quattro gruppi che segnarono un’epoca e che ancora adesso sfornano dischi e si impegnano in lunghe tournèe: Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath e, ultimi ma non ultimi, gli Uriah Heep protagonisti di questo sito di appassionati.

L’ hard rock si presentò sulle scene quasi all’improvviso con i suoi suoni duri, veloci e cupi; con lunghe partiture soliste e con i suoi cantanti dotati di un grande carisma scenico e di un’ottima estensione vocale.
Spesso anche i testi avevano una connotazione “magica” e, in alcuni casi, si scomodò addirittura il diavolo o le messe nere sia per shockare il pubblico sia come mossa pubblicitaria.
Anche l’iconografia dei gruppi rimandava spesso all’occultismo ed alla fantasy grazie ad artisti specializzati (Roger Dean, Rodney Matthews…) , ma talvolta anche con l’utilizzo di simboli occulti (veri o presunti tali) simboleggianti legami con il maligno.

L’ hard rock spazzò via in pochi anni tutta la musica leggera del decennio precedente e potremmo quindi eleggerlo come simbolo di un decennio nel quale il sogno di pace e fratellanza mondiale sì incrinò definitivamente aprendo le porte ad un periodo di conflitti sociali, guerre e di terrorismo che attraversò l’Europa e del quale la musica “dura” era la perfetta colonna sonora.

Gli Uriah Heep debuttano sulle scene proprio nel 1970 in contemporanea con l’omonimo album dei Black Sabbath e solo pochi mesi dopo i Led Zeppelin e i Deep Purple.
Proprio questo ritardo non venne mai perdonato dalla critica inglese che considerò gli Heep (anche agli apici delle classifiche) solo dei pessimi cloni degli ultimi due gruppi citati.
Tutto ciò non bastò comunque a fermare l’ascesa di questi musicisti che negli anni hanno ottenuto un grande successo (oltre 30 milioni di dischi venduti ) e li ha portati a togliersi enormi soddisfazioni.
La differenza fondamentale con gli altri grandi gruppi dell’ hard rock è che gli Uriah Heep sono resistiti senza lunghissimi periodi di scioglimento fino ai nostri giorni sempre e comunque realizzando lavori degni anche negli anni più bui e continuando a girare il mondo in lunghe tournèe sfidando in questa particolare classifica solamente i Deep Purple.

Quello che segue è un piccolo tentativo di recensire e commentare i principali album degli Uriah Heep senza alcuna volontà di essere esaustivo (si contano oltre 300 album!) o di essere oggettivo.
I giudizi espressi sono solo ed esclusivamente i miei e rispondono unicamente ai miei gusti personali.
Questo può solo essere considerato il lavoro di un appassionato che cerca di aiutare chi degli Heep conosce poco o niente e non riesce a trovare indicazioni sulle riviste del settore.


Mi sarebbe piaciuto inoltre sottolineare comunque quegli album che sono riconosciuti unanimemente dalla critica come i lavori migliori; per fare questo ho sfogliato una per una tutte le centinaia di riviste hard rock che ho a casa e ho cercato di trascrivere e di inviare a Luca tutti i documenti di un certo interesse.
Ho incontrato però alcune difficoltà.

Questo lavoro infatti oltre che massacrante e noioso mi ha comunque permesso di farmi un’idea che la stampa e il pubblico aveva degli Uriah a partire da metà anni ottanta. Per ragioni di età (io sono un Live January 1973) il periodo d’oro del rock non l’ho vissuto e ho potuto scoprire e appassionarmi dell’hard dei ’70 solo grazie alla carta stampata ma, quello che ho trovato sugli Heep, è stato in effetti molto desolante.
Non esistono inoltre pareri concordi sulla discografia del gruppo inglese, ma ,soprattutto, i giudizi sul loro operato sono andati cambiando nel tempo negli ultimi 20 anni.

I reperti di metà anni ottanta sono infatti rarissimi e, oltre qualche sporadica recensione, credo di aver trovato tra il 1986 ed il 1995 ben una (dicasi una!) intervista su un totale di forse 4/500 riviste diverse.
Sebbene tutte le nuove del uscite discografiche del gruppo fossero recensite ottimamente e puntualmente. l’impressione che si traeva era quella di un gruppo finito e da proteggere più come curiosità discografica che come “gruppo storico”. Le parole d’accompagnamento erano sempre quelle: dinosauri del rock, mastodonti dell’heavy, i nonni del metallo e suvvia con cazzate di questo genere.

In parole povere gli Uriah Heep sono stati per un decennio una band “invisibile” e misconosciuta della quale pochi appassionati ed ancora meno giornalisti volevano parlare.

Tanto per fare un esempio la rivista Flash n. 14/15 del 1990 era incentrata interamente sui “singers del rock” ai quali erano dedicati, a seconda dell’importanza (e della moda del momento) tra la mezza e le due pagine di biografia.
David Byron era rinchiuso in una mezza paginetta e trattato alla stessa stregua di Snake, Lips , Mark Storace, Stephen Pearcy, Dave Surkamp, Ron keel, Ian Mackaye , Rocky Shades e , attenzione!, Minoru Niihara!
Una pagina era dedicata ad artisti sicuramente affermati, ma non assolutamente da definirsi “storici” (Midnight,Joe Elliot, John Waite) o dotati di una voce incredibile (Felix Pappalardi, Van Zant, Eic Bloom).

Piuttosto indicativo è pure il risultato del referendum di pochi mesi addietro della rivista HM nel quale i lettori erano chiamati a votare i migliori album degli anni 60 e 70.
Nei primi 100 classificati gli Uriah appaiono solo 3 volte raggiungendo in 36° posto con Very ‘heavy, il 65° con Look at yourself e il 100° con Salisbury. I due capolavori Damons &Wizards e Magician’s Birthday assolutamente dimenticati.
Ovviamente i gusti sono gusti ma è difficile capire i risultati brillanti di album assolutamente discutibili come Fly to the rainbow degli Scorpions (77°), Dog and Butterfly delle Heart (94°), On stage dei Rainbow (49°) , In a gadda da vida degli Iron butterfly(60°) senza prendere atto di un certo ostracismo presente verso gli Heep.
E’ curioso notare che stessa sorte è capitata ad un altro gruppo enormemente sottovalutato (gli UFO) che vedevano in classifica solo il loro entusiasmante live Strangers in the night, ma solo al 99° posto.

La sorte dei nostri comincia rapidamente a risalire la china nel 1995 con l’uscita di Sea of Light. Da questo momento in poi la fortuna degli Uriah Heep riesplode, ricominciano le lunge tournee, si ristampa più volte tutto il loro catalogo ed il gruppo viene “riabilitato” tra i padri dell’hard rock fra scuse ed inchini di riverenza.

A questo punto succede l’esatto contrario di metà anni ottanta ed ogni album del gruppo viene “riscoperto” e , talvolta, anche sopravvalutato.

Capirete quindi anche voi che è molto difficile cercare di dare alcuni “consigli per l’ascolto” cercando di seguire i dettami della carta stampata o dei critici che negli ultimi 35 anni hanno espresso pareri sugli Uriah Heep.

Credo di non fare torto a nessuno indicando come “prime scelte” della discografia gli album datati 1970-1973.
Quasi per tutti sono i veri dischi “storici” immancabili nelle discografie dei veri rocker.
Very ‘eavy very ‘umble, Salisbury, Look at Yourself ed il Live 1973 sono da considerarsi ottimi dischi superati solo dai due masterpiece Demons & Wizards e The magician’s Birthday.
Per chi voglia avvicinarsi per la prima volta al gruppo, ma non è troppo avvezzo alle sonorità degli anni 70 credo che Sea of Light e Sonic Origami siano dei magnifici album.

Per il resto della discografia invece è tutto più difficile ed i pareri molto discordi.
Sicuramente Sweet Freedom e Wonderworld continuano la strada battuta di un Hard Rock potente anche se forse meno fertile dei capolavori iniziali; mentre Firefly è un lavoro non ancora pienamente riabilitato ma che io metterei tra i più belli del combo.

Abominog del 1982 è decisamente l’album più amato dai fans per quello che riguarda tutto il periodo (77-85) più legato ad una musica più accessibile ed orecchiabile che potremmo definire Hard-AOR.

Mi piace anche ricordare l’assoluta bellezza di Rarities from the Bronze age una raccolta di singoli e b-sides (1970-1982) che , oltre a dare un’idea completa dell’evoluzione dell’heepsound contiene pure canzoni straordinarie.

Spero di essere stato esaustivo, ma per ogni evenienza, richiesta o consiglio il webmaster ed io siamo a disposizione.

Mi auguro quindi che molti di voi possano apprezzare la discografia degli Uriah Heep e che mi possiate fare sapere se per voi è meglio la voce di David Byron o quella di Minoru Niihara!