Recensione dell'album
Salisbury
 
 
 

Il secondo album di un semi-sconosciuto gruppo musicale inglese di capelloni che si esprime in modo rumoroso ed anticonformista.
Un'orchestra di strumenti a fiato.
Uniteli insieme ed otterrete una canzone dall’animo barocco e pomposo di oltre 16 minuti!
Questo forse era il bello dell’industria musicale degli anni 70: le immense possibilità.
Perché precludere ad un gruppo esordiente l’opportunità di creare qualcosa di innovativo anche se molto costoso?
La libertà di espressione totale, libera da qualsiasi tipo di vincolo e di oppressione fu la vera grande rivoluzione dei seventies!
Quest’album dovrebbe essere preso per questo motivo come simbolo di quel periodo!
Nessuno in tempi moderni permetterebbe mai una cosa simile!
Troppi costi, pochi veri talentscout nelle case discografiche troppo legate al successo effimero del momento ed ai musicisti non viene data alcuna possibilità di crescere nel tempo e di raggiungere nuovi traguardi.
Prendiamo quindi la canzone Salisbury, godiamoci la pomposità dei fiati e la voce di Byron panpoppata continuamente da destra a sinistra. Assaporiamo il wha wha di Mick e la lunga galoppata strumentale di Newton! Cosa volete di più dalla musica?!?

Come? Un durissimo Hard Rock?
Allora buttatevi su Bird of Pray dal riff di chitarra tagliente e veloce, dai cori acuti e terrorizzanti e dalla voce di Byron che si erge sopra le nubi!
Che sia già Heavy metal?
E se volete un po’ di “calma dopo la tempesta” potete ascoltare i toni quasi folk di The park ballata cantilenante e ipnotizzante con un lungo svolgimento dai forti connotati progressive. Molto anomala per gli standard del gruppo, ma decisamente coinvolgente.
Si ritorna all’Hard con Time to Live un buon mid-tempo piuttosto melodico con la chitarra in primo piano e Hensley a fare da sottofondo.
Quest’ultimo lo troviamo invece grande protagonista in Lady in Black ove addirittura ruba a Byron la posizione di frontman cavandosela piuttosto bene. Non vorrei dilungarmi oltre su questa ballata assolutamente deliziosa così malinconica, così epica, così due accordi e via. Chiunque segue gli Heep da tempo sa benissimo che da oltre venticinque anni questo pezzo chiude tutti i concerti, ma forse i novizi non sanno che la fortuna per questo brano arrivò solo nel 1977 quando vinse il Golden Lion (il Grammy Europeo nda) dopo un ritardato successo in Germania ove veniva utilizzata nelle scuole per insegnare ai bambini la lingua inglese.

High Priestess è un tipico R’n’Roll dalle tinte Hard che, da questo album in poi, diventerà un classico nel songwriting di Hensley. La canzone è piuttosto piacevole anche grazie al sapiente uso dei cori che dona un sapore quasi liturgico alla composizione.

Già da questo album si evince la straordinaria vena compositiva di Hensley che, sebbene entrato nel gruppo da pochi mesi, compone da solo 3 pezzi , partecipa ai restanti due mentre, l’unica canzone restante era un’out-take dell’album precedente.

Chissà come mai questa volta la copertina dell’album è un’assoluta vergogna! Forse una reminiscenza dei figli dei fiori come, d’altronde, il logo del gruppo assolutamente orrendo per un gruppo Hard!

L’album entra in classifica anche in Italia e risulterà a fine 1971 il 71° vinile più venduto durante l’anno.

Nella versione rimasterizzata sono presenti 2 bonus track.
High Priestess (single edition)
Simon the bullet Freak